Pubblicato da: lauv83 | giugno 12, 2013

LATACUNGA, SAQUILISI E QUILOTOA A RAGGIUNGERE I 3900 METRI SUL LIVELLO DEL MARE PER L’ULTIMA VOLTA

Il viaggio Banos-Latacunga dura solo due ore ma per Matteo sono sembrate una eternità:  il povero soffriva di una forte diarrea con anomale e lancinanti fitte allo stomaco. In più di 3 mesi di viaggio non avevamo quasi mai avuto nessuna malattia o malessere. Così che non c’era da stupirsi troppo. Ma la cosa strana era che non si era ammalato in Bolivia o in Perù dove mangiavamo frequentemente per strada, al mercato o cibi strani ma piuttosto in Banos dove avevamo ripreso a mangiare sano: scorpacciate di frutta e verdura e comunque prodotti proveniente dal supermercato e preparati da noi stessi. Questi sono misteri da backpackers.

Al nostro arrivo a Latacunga, c’era qualcosa di strano nell’aria. Nessuno veniva ad offrirci ostelli o altri posti dove alloggiare. Non era mai successo. Normalmente, quando scendiamo all’autobus, taxisti e ostellanti ci assaltano e quando non ci serve nulla facciamo anche fatica a liberarcene. Ma questa volta no. E invece ci serviva un ostello dove stare. Anche una giapponese era nella nostra situazione e ci ha chiesto timidamente in un inglese approssimato se poteva unirsi a noi nella ricerca dell’alloggiamento. Sembrava impaurita, mi faceva tenerezza. Ovviamente l’abbiamo accolta volentieri e siamo andati in spedizione ostello.

Devo dire che Latacunga inizialmente non sembrava offrire molti ostelli o servizi per i turisti. Ma devo ammettere che non ci eravamo addentrati molto in città. Abbiamo cercato un posto vicino a dove ci aveva lasciato l’autobus. C’erano un paio di opzioni. Abbiamo scelto la più economica anche se aveva un ‘aria strana, sembrava una sorta di Motel.. La nostra camera matrimoniale era piccolissima e le pareti erano quasi totalmente ricoperte da specchi. Bizzarro. In ogni caso dovevamo rimanere solo una notte perché il giorno dopo volevamo spostarci. Quindi poteva andare bene.

Ricomparsa degli indigeni. Qui si ricominciano a vedere la popolazione indigena che sembrava quasi scomparsa nelle grandi città come Quito o nelle città costiere come Puerto Lopez e Montañita. Ma le chiolita ecuadoriane erano diverse di quelle peruviane e ancor di più d quelle boliviane: meno strati di vestiti, di colori più vivaci (rosso, fucsia.. ), le gonne più corte, le calze meno coprenti, i tacchi; direi più sexy. Molte portavano i capelli lunghissimi e nerissimi legati con una striscia di tessuto. Inoltre, la maggior parte di loro portavano una collana di pietrine color oro, arrotolata più volte attorno al collo.

La notte nella nostra camera di “motel” è passata quasi insonne perché i dolori di stomaco del povero Matteo stavano peggiorando continuamente. Pensavo l’avrei dovuto portare in ospedale. Ma fortunatamente non è stato necessario perché le medicine che avevamo preso in farmacia alla fine stavano funzionando e si sarebbe ripreso del tutto i giorni seguenti.

Saquilisi (20)

Così la mattina seguente, nonostante la notte insonne, siamo andati a  Saquilisi dove tutti i giovedì c’è un mercato artigianale, osannato dalla guida. Ma in realtà, girando per le bancarelle sembrava di essere in un mercatino cinese più che in un mercato artigianale ecuadoriano: pochissime bancarelle vendevano i cappelli, le stoffe o i capi di abbigliamento tipici..  Insomma è stata una mezza delusione ma non è stato un gran problema perché in mezz’ora di autobus eravamo di nuovo a Latacunga pronti per prendere un ulteriore autobus per la prossima tappa: Quilotoa.

Quilotoa (71)

QUILOTOA.. La strada per arrivarci si snodava in ripidi tornanti. Siamo passati tra i colli ecuadoriani disegnati come in un quadro ottocentesco raffigurante la campagna: campi coltivati, spazi lasciti a maggese, verdi, gialli marroni e nelle varie sfumature; inoltre pecore, mucche e anche qualche lama. Cholitas, uomini, ragazzini giovani e perfino bambini li portavano al pascolo.

Quilotoa è un paesino abitato in totale da 20 famiglie indigene (nel 2013), a 3890 metri circa sul livello del mare, dove c’è ben poco da vedere. Ci sono solo una decina ostelli, qualche ristorantino e un paio di negozi artigianali. Ma in realtà la sua fama è dovuta ad una bellezza della natura su cui Quilotoa si affaccia: una laguna all’interno del cratere di un antico vulcano, detta appunto la laguna di Quilotoa.

Ovviamente la prima cosa che abbiamo fatto una volta arrivati a Quilotoa è stata scendere nel cratere per l’unico sentiero sconnesso possibile e in 40 minuti arrivare alla stupenda laguna.  Il ritorno è stato decisamente più duro un’ora e mezza di salita per lo stesso sentiero. I locali un servizio di trasporto per scendere e salite dal cratere attraverso cavalli ma un po’ per pena per i poveri animali un po’ perché noi, se possiamo fare da soli, non andiamo a pagare niente e nessuno, non l’abbiamo accettato.

Quilotoa (50)

Ci sono due versioni per spiegare la formazione della laguna: quella scientifica e quella popolare che mi ha raccontato Blanca, la proprietaria dell’ostello dove ci siamo fermati per la notte. Riporto la seconda che mi sembra più interessante. Blanca davanti al fuoco del camino ci raccontava che un tempo non c’era acqua nel cratere e gli animali erano assettati. Così i contadini portarono doni alla Madre Terra e un piccolo rivoletto di acqua cominciò a fluire. Poi tutta la comunità mi mise a pregare e un giorno il cratere si riempì di acqua salata diventando una laguna dove gli animali poterono finalmente abbeverarsi.

Questo era ciò che il nonno di Blanca le aveva raccontato e lei ci credeva fermamente. Blanca aveva 22 anni e col fratello di 25 e la sorellina di 15 gestiva l’ostello, la Chosita (casa di paglia) che il padre gli aveva lasciato per andare a lavorare a Baños dove c’era più possibilità di guadagno. Infatti, Blanca era la secondogenita di 12 figli di cui però 4 erano morti nell’infanzia e le entrate dell’ostello a Quilotoa non erano più sufficienti per crescere gli altri fratelli più piccoli e pagare le spese scolastiche. La giovane appena ventenne che avevo davanti diceva a me, sull’orlo dei 30 e ancora incerta su che direzione dare alla mia vita, che era grande e quando si è grandi tocca lavorare, “è così, è una legge naturale”.

Poi, sempre spontaneamente mi raccontava dei problemi che la comunità indigena di Quilotoa aveva con i gli organi dell’Amministrazione e di Dirigenza della comunità. Infatti, inizialmente gli indigeni raccoglievano un pedaggio di 2 dollari per gli stranieri e 1 dollaro per i nazionali per la visita della laguna. Questi soldi venivano raccolti insieme dal presidente della comunità che era stato eletto dalla comunità stessa e che aveva il compito di ridistribuirli ai lavoratori, ai bambini orfani e agli anziani. Ma apparentemente questo non succedeva più con l’ultimo presidente, o meglio c’erano sempre meno soldi da dividere, come se la maggior parte di quelli raccolti sparissero nel nulla. Così la comunità si era sollevata, facendo decadere dall’incarico tale presidente e oggi la gestione del turismo di Quilotoa era passata in mano allo Stato e al Ministero dell’ambiente.

In realtà, Blanca , come gli altri componenti della comunità, non erano sicuri che la situazione fosse migliorata… Il pedaggio ai turisti non è più richiesto perché è lo Stato che provvede a stanziare fondi per i locali per  ogni turista in visita qui. Ma le regole e i controlli imposti da Stato e Ministero dell’ambiente sono sempre  maggiori. Per esempio, le terre intorno al cratere sono state spodestate perché il cratere deve rimanere immacolato per la visita del turista. Inoltre, chi possiede un ostello non può fare altre attività turistiche come i giri a cavallo ecc. Insomma, le cose stanno cambiando attraverso imposizioni dall’alto.

Quilotoa (72)

Chiacchierando,così, davanti al fuoco come due vecchie amiche scopro un po’ la routine giornaliera di Blanca:

-6.00 a.m.: sveglia  per andare a liberare gli animali al pascolo

-faccende di casa

-cura degli ospiti

-appena prima che faccia buoi: taglio della legna per il fuoco

E faceva tutto ciò con il tipico abbagliamento da cholita quindi, gonna, golfino, cappello e ..tacchi!  Si proprio così, Blanca se ne andava su e giù per le colline a fare ogni sorta di lavoro comodamente, nello stesso terreno dove io a volte con la mie scarpe da trekking Quechua avevo rischiato di cadere varie volte. Quindi ho chiesto come era possibile. Lei mi ha risposto che i tacchi le facilitavano camminare in quel terreno, soprattutto in discesa dove si conficcavano nella terra facendo perno ed impedendole così di cadere. Ulteriore conferma di quando diverse eravamo.

Raccontandomi tutto ciò esprimeva preoccupazione per la situazione incerta della sua comunità ma stranamente conservava il sorriso.. e continuava a ridere.. a volte senza senso… almeno per me.

La stanza in cui eravamo era spaziosa ma assolutamente basica: a malapena funzionava la luce e l’acqua, freddissima, funzionava solo quando veniva attivata dai gestori. Ma in compenso aveva una autentica stufa a legna per riscaldarci durante la notte. E vi assicuro che lo sbalzo di temperatura tra giorno e notte era grande e la notte era gelata.

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