Pubblicato da: lauv83 | giugno 21, 2013

ENTRATA IN COLOMBIA: UN ATTRAVERSAMENTO DELLA FRONTIERA COMPLICATO… E ARRIVO FINALMENTE A MOCOA

All’alba della nostra entrata in Colombia c’era un minimo di tensione nell’aria a riguardo. Non avevamo esattamente paura ma eravamo comunque un po’ preoccupati per qualcosa che non sapevamo neanche noi esattamente cos’era . Probabilmente era solo l’istintivo pregiudizio verso un paese che è spesso dipinto in maniera negativa, ossia come terra di narcotrafficanti, di guerriglia e corruzione. Così si crea nell’immaginario collettivo un’immagine della Colombia come paese pericoloso. Infatti, molti viaggiatori che abbiamo incontrato dopo aver attraversato la Colombia ci avrebbero chiesto se ci era successo qualcosa e l’attraversata era stata pericolosa. Solo su questo ci sarebbe da scrivere un intero post ma non è questo il momento e perciò mi limito ad aggiungere che questi tipi di stereotipi non ci hanno impedito di entrare in Colombia carichi di buone aspettative e di seguito racconto come.

Il viaggio per attraversare la frontiera era iniziato il giorno prima quando da Otavalo abbiamo preso un autobus per Tulcan, l’ultima città prima della frontiera. In due ore eravamo a destinazione. Era tardo pomeriggio. Quindi ci siamo fermati per la notte in quanto è sconsigliato attraversare la frontiera sud con la Colombia in notturna. Le ragioni sono probabilmente legate alla presenza nella zona di gruppi guerriglieri…anche se la situazione sembra cambiata negli ultimi anni… in ogni caso non avevamo fretta.

La frontiera colombiana. Il giorno dopo abbiamo proseguito il viaggio in taxi (l’unico mezzo disponibile) fino alla frontiera. I due uffici dell’immigrazioni sono ai lati di un ponte di circa un centinaio di metri.  Da una parte abbiamo ottenuto lo stampo di uscita dell’Ecuador. Poi, attraversato il ponte, ci siamo presentati davanti all’autorità colombiana.

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Vi eravamo andati appositamente di mattina presto perché pensavamo di incontrare una lunga coda ad attenderci dovuta ai controlli e formalità varie per entrare nel paese. Ed invece non c’era coda e non siamo stati soggetti a nessun controllo sui bagagli. Anzi l’agente allo sportello è stata gentilissima. Insomma in 5 minuti eravamo ufficialmente liberi di viaggiare in Colombia per i prossimi 3 mesi. Non ci restava che raggiungere Mocoa, la nostra prima meta Colombiana, e, come si dice dalle mie parti, “era fata!” (ossia “avevamo raggiunto l’obiettivo”). ..O almeno così credevamo..

Così  siamo usciti felici dall’ufficio immigrazione e siamo andati a prendere un taxi (di nuovo l’unico mezzo disponibile). In realtà, il tassista ci aveva già adocchiato dapprima e ci stava aspettando. Inizialmente ci aveva proposto un prezzo che però noi sapevamo essere il doppio di quello normale grazie a delle signore del posto che avevo interrogato mentre eravamo in fila allo sportello (ma si sa, i tassisti ci provano quasi sempre.. ormai non ci stupivamo più). Così dopo una breve contrattazione, stavamo arrivando a Ipiales, la prima città dopo la frontiera colombiana. Qui ci siamo fermati a vedere il  Santuario sul fiume: una magnificente chiesa costruita su un ponte a cavallo di un canyon di svariati metri, un’ opera architettonica religiosa impressionate. Ma è stata una toccata e fuga.

  Ipiales (16)

Dopodiché abbiamo proseguito il viaggio verso la città di Pasto da dove avremmo cambiato autobus per Mocoa. Ora di arrivo prevista: 7 pm. Invece, saremmo arrivati alle 10 pm dal momento che in quel pezzo del viaggio sarebbe successo di tutto compensando così il fatto che tutto era andato liscio fin lì.

Innanzitutto, nel tragitto Ipiales-Pasto siamo rimasti 2 ore in coda a causa di una qualche sorta di parata popolare che si svolgeva in mezzo alla strada. Una volta arrivati a Pasto ci siamo affrettati a prendere il primo mezzo per Mocoa. Il mezzo in questione era un mini-van da 7 posti più il conducente. Con questo, abbiamo attraversato la foresta attraverso una strada orribile, stretta, ripida e piena di curve. Potenzialmente mortale. Si sembrava di essere tornata sulla “death road” in Bolivia.

Il conducente, noncurante delle condizioni stradali precarie, guidava ad alta velocità mentre flirtava con la tipa affianco. Mi sembrava di rivivere esperienze che già avevo vissuto in Perù dove, quando ci si spostava, sembrava di essere sulle montagne russe. Ma c’è stato in momento in cui si è dovuto fermare: avevamo bucato. Quindi ha dovuto cambiare la ruota nel buio e l’operazione è durata mezz’oretta. Dopodiché siamo ripartiti. Ma dopo poco ci siamo fermati  di nuovo, e per ben più a lungo perché un camion aveva bucato, bloccando il transito agli altri veicoli. Infatti tale minuscola stradina era condivisa da ogni tipo di mezzo: auto, van e molti camion. C’era da non crederci.

Morale: una volta arrivati all’ostello a Mocoa, il proprietario ci ha accolto avvertendoci che non era consigliabile viaggiare con l’oscurità per tale strada e che avremmo dovuto metterci in viaggio prima. Come spiegargli che noi ci avevamo provato ad arrivare prima….ma una serie di casi sfortunati nel cammino ce l’avevano impedito? Meglio andare a letto…

Mocoa è il capoluogo della regione del Putumayo ai margini della giungla colombiana. Quando vi siamo andati noi era ancora fuori dalle principali rotte dettate dalle grandi guide turistiche. E in realtà anche per questo Matteo, la mia unica vera guida, ha scelto di fermarci qui. La città era abbastanza grande. Al di fuori di questa c’era la giungla: una unica strada (definita da me “la death road colombiana” appunto) la collegava alla frontiera. Qualche altro piccolo agglomerato di abitazioni, case, casette e baracche si incontrava nei dintorni  ed era collegato attraverso strade sterrate.

Qui, abbiamo avuto il nostro primo approccio con i colombiani. Personalmente li ho trovati significativamente diversi dalle altre popolazioni latine fino ad allora incontrate. In particolare, era diverso lo stile delle donne. Erano più attente alla moda e a far risaltare la propria sensualità nel modo di vestire: magliette attillate, minigonne shorts e jeans. Per quanto riguarda invece il modo di fare: fin da subito uomini e donne si sono dimostrati di norma molto più calorosi e gentili, a volte perfino troppo. Succedeva che semplici sconosciuti per la strada si rivolgevano a noi chiamandoci “mi amor”, “mami”e altri nomignoli affettuosi. I venditori ripetevano fino alla nausea: “a la orden” cioè “al suo servizio”. Devo dar ragione a Carlos, un amico colombiano, che frequentiamo a Londra, quando mi scriveva: “spero che abbiate potuto apprezzare quanto bella è la mia terra, anche se la cosa più bella sono le persone.”

Il nostro ostello, Casa del Rio, era un po’ fuori, circa mezz’ora a piedi dalla città o 10 minuti in pickup. Ma era unico a Mocoa. Come il nome evidenziava era sulla riva di un fiume dove si poteva  anche farsi il bagno. Era un fiume di acqua fresca e pulita in cui le rocce formavano tante piccole e meno piccole piscine. La gente del luogo veniva la domenica al “nostro” fiume per fare picnic e rinfrescarsi mettendosi a mollo. E noi potevamo goderne ogniqualvolta volevamo.

Mocoa (11)

L’ostello era strutturato in varie casette collocate nel mezzo di piante tropicali, fiori e animali. Avevamo, infatti, 2 specie di scimmie che circolavano libere nel nostro giardino, tucani, galline, formiche giganti e un gatto domestico, anche se un po’ pestifero a volte, chiamato “Negra”.  Inoltre un piccolo ruscello vi passava proprio in mezzo. Insomma ci trovavamo in una sorta di piccolo angolo di paradiso naturale (complimenti di nuovo a Matteo per la scelta).

Mocoa (51)

Fin da subito abbiamo esplorato o meglio abbiamo cercato di esplorare i dintorni di Mocoa. Ma non sempre è stato facile. Il primo tentativo di trekking è stato fatto per raggiungere la cascata Hornoyaco. Ma il sentiero non era ben definito a causa della pioggia del giorno prima (A Mocoa piove quasi ogni giorno anche se per un breve periodo e quando smette il sole torna a risplendere immediatamente, alto e caldissimo come prima).

Mocoa (22)

Ad un certo punto, pensavamo di esserci persi. Così  sono andata a chiedere informazioni all’unica anima che avevamo visto nei dintorni: un bambino con un macete in mano, intento a tagliare delle piante (e già qui la situazione non era delle migliori). Mentre mi avvicinavo, il suo cane gigantesco esce allo scoperto e si piazza ad un metro di distanza ringhiandomi minacciosamente. Nonostante fossi terrorizzata, sono riuscita a stare calma e con movimenti lenti ma decisi ad indietreggiare ed, una volta fuori dal raggio d’azione del cane, siamo scappati a gambe levate in direzione dell’ostello. Così si è concluso quel trekking.

La prima volta in questo viaggio che ho provato la sensazione della paura in questo viaggio: un bambino con un macete ed un cane gigante in posizione d’attacco non sono una buona combinazione. Ad ogni modo, il fatto è che i sentieri in quella zona non sono per nulla segnalati così che prima di partire per un trekking è meglio farsi spiegare bene il cammino.

Il secondo trekking, qualche giorno dopo, conduceva alla cascata cosiddetta, “Fin del mundo” e questa volta eravamo determinati ad arrivare fino in fondo. Con noi c’era anche un altro ragazzo tedesco che avevamo conosciuto all’ostello. Ma anche qui le difficoltà non sono mancate.

Mocoa (25)

Siamo andati su e giù per sentieri completamente pieni di fango. Abbiamo dovuto attraversare il fiume 2 volte incerti se avremmo trovato un qualche sentiero dall’altra parte. Ma alla fine, ce l’abbiamo fatta e lo spettacolo era da togliere il fiato. Si arriva al di sopra della cascata che si lancia per 80 metri letteralmente sotto i tuoi occhi. Io non me la sono sentita di sporgermi per a vedere fino in fondo. Ma è stata una gran soddisfazione il solo fatto di arrivare fin là.

Mocoa (118)

Nemmeno al ritorno non sono mancati gli ostacoli da superare: alcuni alberi erano caduti sul sentiero e perciò abbiamo dovuto arrampicarci su questi per proseguire. Non chiedetemi come perché non saprei raccontarlo.. è stato l’istinto di sopravvivenza del momento.

Insomma l’entrata in Colombia è stata un avventura dopo l’altra.

Mocoa (139)

La cerimonia dello Yagè (o Ayuasca). Infine, era da un po’ che ci frullava in testa l’idea di fare l’esperienza dell’Ayhuasca (com’è chiamata in Ecuador ed in Perù) o Yagè (in Colombia). Questo è uno dei rituali più importanti dell’Amazzonia e consiste nel bere una bevanda ricavata da particolari piante della foresta e preparata da uno sciamano indigeno. Tale bevanda è considerata una medicina per il corpo e la mente e ha effetti allucinogeni in un modo tale da permettere una comunicazione o un avvicinamento col divino.

Dopo varie riflessioni, abbiamo deciso di provarla a Mocoa nella speranza di fare un ‘esperienza più autentica di altri luoghi più turistici ed in cui era diventata una specie di moda. Perciò abbiamo parlato col proprietario dell’ostello e questo ci ha messo in contatto con uno dei tanti sciamani del luogo  detto “taita”, anzi in questo caso era una donna sciamano “detta mama”. Questo tipo di cerimonia è una tradizione ancor oggi viva tra i locali.

Due giorni dopo verso il tramonto eravamo su un taxi alla volta della casa della mama che si trovava un po’ fuori Mocoa. Il taxi ci ha lasciato al limite della foresta, dove non poteva più proseguire. Da lì, al buio (nessuno ci aveva avvisato di portare torce) ci siamo avviati per un, seppur breve, ma totalmente sconosciuto tratto attraverso la foresta fino ad un fiumiciattolo. Qui ci siamo fermati perché, a parte l’oscurità, sentivamo anche dei cani latrare e la cosa non era per niente rassicurante (visti soprattutto gli immediati trascorsi- vedi sopra-)

Leggermente impauriti e pensando quasi di tornare indietro, abbiamo cominciato a dire a voce alta “hola-hola” per attirare l’attenzione di qualcuno che potenzialmente poteva venire ad accoglierci. Fortunatamente, dopo poco è arrivato un ragazzetto con una pila a guidarci alla casa. Qui abbiamo realizzato in modo definitivo che se volevamo qualcosa di non turistico, l’avevamo trovato.

Si trattava di una casetta di legno in cui vivevano una o più (non so esattamente) famiglie indigene. Attorno c’erano alcune tende da campeggio. Queste appartenevano a dei ragazzi, per lo più sudamericani in maggior parte argentini, credo, che stavano vivevano temporaneamente in questa comunità indigena per contribuirvi col proprio lavoro e condividerne modi di vivere e tradizioni.

Mocoa (153)

I servizi erano molto basici. L’unica camera che abbiamo visto perché vi abbiamo dormito dopo la cerimonia, conteneva unicamente 3 giacigli di un materiale non meglio, definito ricoperti con dei teli come letti; per esempio il nostro “letto” era una porta appoggiata direttamente sul suolo.. Era, inoltre, priva di pavimento. Appena fuori c’era un posto per il fuoco a legna dove si cucinava anche, con pentole o su una griglia. Gli abitanti della comunità preparavano quello che si erano procurati durante la giornata e lo condividevano attorno al fuoco tutti insieme.

Alcuni servizi erano proprio inesistenti: il bagno per esempio (anche se lo stavano costruendo). Le necessità fisiologiche, diciamo, più impegnative si potevano soddisfare in un spazio aperto apposito vicino la casa,  le altre ovunque nella foresta.

Insomma dire che era un luogo spartano, era riduttivo.

C’era, inoltre una copertura dove abbiamo atteso seduti su delle panchine di legno per ore l’apparizione della mama e l’inizio della cerimonia. Nello stesso portico, su un’amaca, c’era una ragazza italiana con cui abbiamo subito attaccato bottone. E che ci ha raccontato la sua storia: da due anni in viaggio per il sud America, facendo braccialetti per mantenersi, ora era lì da 5 settimane in quanto alcune punture di zanzara le si erano infettate gravemente e il dottore della comunità la stava curando con i loro metodi naturali attraverso infusi disgustosi da bere e piante cicatrizzanti.

Io nel frattempo ero un po’ in ansia per la cerimonia che nonostante quello che avevo sentito e letto non mi era ancora del tutto chiara a riguardo degli effetti allucinogeni. La nostra nuova amica, nel tentativo forse di rassicurarmi mi ha detto che non questo tipo di esperienza non si poteva descrivere perché era totalmente personale: a volte poteva essere leggerissima o come succedeva a lei sempre più forte di volta in volta che la provava, e che addirittura l’effetto del cactus S. Pedro era nulla al confronto… l’ansia saliva..

Finché la mama finalmente era arrivata. Si trattava di una signora bassa e rotonda ma non troppo, priva di parte dei denti frontali. Eravamo in 6 ad aspettarla seduti sotto il porticato: io, Matteo, un suo allievo di vecchia data, due ragazze ed un altro ragazzo sudamericani, credo.

Dopo una veloce presentazione, se n’era andata di nuovo ma era ricomparsa subito dopo, e questa volta portava un mantello colorato e un cappello pieno di piume, una collana di ossi, un crocifisso e la fantomatica bevanda in una brocca di plastica. Il rito era iniziato con il suo invito a rivolgerci al dio in cui credevamo per chiedere il bene di cui avevamo bisogno. Ha eseguito una sorta di breve benedizione sul liquido. Poi si è avvicinata ad uno ad uno di noi con uno strano strumento in legno terminante con due tubicini che ci ha infilato nel naso. E, senza tanti convenevoli ci ha soffiato dentro, inalandoci del tabacco bagnato. La sensazione è stata alquanto sgradevole e lacrimoni sono sgorgati dagli occhi di tutti, specialmente dai miei. Ci sarebbe stato detto, poi, che tale piccolo sacrificio serviva per liberare le vie respiratorie.

Dopodiché, abbiamo bevuto e ognuno ha fatto i conti con la Yagè o Ayuasca, come si voglia chiamare. Ricordo che la mama ci chiamava dicendoci venite a bere la cioccolata, ridacchiando. Questo aveva accresciuto la mia paura ma in realtà il sapore non era così disgustoso. Ovviamente nemmeno buono come quasi tutti i medicinali. Una volta bevuta, mi sono seduta su una sedia ad aspettare. In realtà, non è successo nulla di eccezionale.. non ho avuto grandi allucinazioni a parte leggeri alterazioni del campo visivo. Ma in compenso, dopo un po’, sono riuscita a rilassarmi. Nel frattempo la mama intonava bellissime canzoni indigene con la voce, accompagnandosi con uno strumento a percussione. Stranamente mi è venuto voglia di intonare una musica anche io con la mia voce e così facevo.. probabilmente disturbando gli altri compagni..

Dopo un’ora e mezza circa è arrivato il momento che meno mi è piaciuto ma che è inevitabile in tale cerimonia: l’espellere la sostanza dal corpo attraverso il vomito. E così ho fatto. Teoricamente la sostanza aveva fatto il suo ciclo ed ero pronta per la seconda bevuta. Ma  non l’ho richiesta perché mi sentivo bene così e non avevo voglia di essere sottoposta ad esperienze troppo forti in quel momento. Mentre Matteo ha proseguito il rito prendendo la seconda dose e io  ho semplicemente aspettato che terminasse la sua nuova esperienza per andare a letto.

Per quanto riguarda Matteo, non è facile raccontare l’esperienza altrui e non vorrei travisarla quindi non lo farò. Semplicemente posso dire che è stata  diversa.(se siete interessati chiedete a lui)

Personalmente, a parte la cerimonia in sé, mi sono rimasti particolarmente impressi i discorsi fatti prima e dopo col figlio della mama, nonché dottore della stessa comunità e futuro sciamano anch’egli. Era un ragazzo di 25 anni. E mi ha spiegato i valori ed il funzionamento della sua gente. Mi ha raccontato tante cose riguardo al loro modo di vivere, all’essere un dottore che usa metodi naturali e mistici e al loro modo di autoregolarsi. Tra gli argomenti che mi hanno stupito di più ci sono stati il sistema punitivo verso i reati che include pene corporali come le frustrate. Ma ancora di più quello che corrisponde al nostro sistema politico che include persone che, in seguito alla scelta da parte del cosiddetto consiglio degli anziani, offrono la loro vita al servizio della comunità in cambio di nulla, nemmeno una semplice retribuzione ordinaria.

Tornando alla domanda iniziale:

“Infatti, molti viaggiatori che abbiamo incontrato dopo aver attraversato la Colombia ci avrebbero chiesto se ci era successo qualcosa e l’attraversata era stata pericolosa.”

A queste persone avremmo risposto che per noi non lo è stata per niente, anzi abbiamo incontrato tutta gente gentilissima e accogliente ma nello stesso tempo non abbiamo mai fatto in modo di metterci in situazioni a rischio come viaggiare di notte o uscire di notte in posti lontani dall’ostello. Ed inoltre la nostra esperienza della Colombia è limitata e non più essere generalizzata.

Dall’altro lato, parlando con persone che vivono in Mocoa, è emerso che la fantomatica guerriglia che si nasconde nella giungla esiste tutt’ora, anche se ha un impatto molto più limitato per lo meno verso il turista. Infatti, le loro azioni sono quasi elusivamente dirette verso le forze dell’ordine che perciò si spostano sotto copertura con mezzi civili..

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