Pubblicato da: lauv83 | luglio 12, 2013

PANAMA:PRIMO APPROCCIO CON L’AMERICA DI MEZZO

La nostra avventura nell’America Centrale “vera e propria” è iniziata sotto una pioggia torrenziale: quindi non sotto i migliori auspici… ma  comunque con i migliori propositi da parte nostra.

Da Carti, abbiamo attraversato in Pick-up il dipartimento Kuna Yala, percorrendo l’ennesima strada a curve continue, in continua salita e discesa, nel mezzo della giungla. Una sorta di serpentina letale per chi soffre un minimo di “mal d’auto”: fortunatamente ero seduta davanti e a digiuno. Inoltre il pick-up era confortevole. L’intero viaggio non è stato così male.

Eravamo diretti a Panama City. Dopodiché avremmo proseguito verso la costa, prima dal lato pacifico per scoprire Santa Catalina, un piccolo paesino ancora non molto turistico, e poi dal lato atlantico per visitare l’arcipelago caraibico di Bocas del Toro.

In centro America, le modalità di viaggio con lo zaino in spalla sono cambiate radicalmente. Le distanze da una destinazione all’altra, finalmente, si erano accorciate ma paradossalmente gli autobus che abbiamo preso si erano moltiplicati. Infatti, per raggiungere le varie mete abbiamo dovuto cambiare mezzi differenti, mentre in Sud America c’erano autobus diretti, quasi sempre. Così passavamo, fisicamente, meno ore sugli autobus ma impiegavamo comunque giornate intere per spostarci tra un cambio e l’altro. Un backpacker non si riposa mai..

PANAMA CITY. Ci siamo fermati 3 giorni nella capitare. Entrando in città, la prima cosa che ci è apparsa sono stai maestosi grattacieli moderni: abbiamo subito capito perché è chiamata la Miami Centro-Americana.  Ma avvicinandosi un po’, si scorge proprio ai piedi di questi giganti, l’altra faccia della città: la baraccopoli. In questa zona continuano a vivere i Panamensi che non vogliono cedere la loro proprietà ai ricchi vicini. La differenza è impressionate.

Panama City (21)

Noi alloggiavamo in un quartiere particolare, al di fuori di queste due realtà estreme: il Casco viejo. Questo è la sede dell’antico insediamento coloniale ed è caratterizzato dai tipici edifici colorati, sistematicamente ristrutturati. Inoltre, pullula di ostelli e hotel, negozi di artigianato e ristoranti di vario tipo. È un ottimo spot per alloggiare e passeggiare. La zona è tranquilla e sicura, quantomeno durante il giorno.

Panama City (83)

Una cosa che mi ha colpito fin da subito e che mi è parsa un po’ bizzarra, è il fatto che quasi tutti i negozi di alimentari della zona (e, avrei scoperto più in là, in tutta Panama) è gestito da cinesi. Era la prima volta che vedevo cinesi e tanti cinesi in questo viaggio. In Sud America sono inesistenti. Mi è stato detto dal solito tassista di turno, loquace e informato su tutto, che questo fenomeno è dovuto all’ultima dittatura che ha agevolato la loro immigrazione.

Una cosa che tutte le guide turistiche raccomandano come must in Panama City è la visita al famoso Canale di Panama e devo dire che in questo caso hanno ragione. Tale struttura taglia artificialmente il territorio Panamense da un oceano all’altro. Ha rappresentato sicuramente un’importantissima innovazione, permettendo il passaggio delle imbarcazioni senza la circumnavigazione dell’America Meridionale con un gran risparmio di tempo (pari a circa 40 giorni) e denaro (pari a circa 1 milione di dollari).

Rappresenta, inoltre, tutt’ora anche un’enorme attrazione per i visitatori come noi. Dietro pagamento di un biglietto (circa $8), abbiamo potuto ammirare da una terrazza appositamente costruita le chiuse attraverso le quali le imbarcazioni passano. Queste funzionano attraverso il classico sistema di svuotamento e riempimento d’acqua di vasche consecutive… In parole molto semplici, queste permettono di alzare e abbassare il livello della navigazione in un territorio totalmente irregolare.

Abbiamo visto barche davvero giganti: un paio di petroliere e altre barche da carico. È stato interessante vedere il delicato funzionamento di tale meccanismo così perfettamente studiato. Inoltre una voce fuoricampo spiega, in spagnolo ed in inglese, tutto il tempo quello che succede e fornisce altre informazioni generali a riguardo.

Panama City (71)

Un giorno da Panama City siamo andati a Colon, in missione “acquisto macchina fotografica persa in Bolivia”. Colon è una città sulla costa atlantica a soli 45 minuti di autobus dalla capitale. “L’unica ragione per andare a Colon è fare shopping nella zona libre” dice la guida. Questo per sottolineare che non è una città sicura soprattutto per i turisti ai quali si consiglia di prendere il taxi anche per percorrere tragitti molto corti, anche durante il giorno. Questo per non diventare oggetto di furti.

Colon (5)

La “zona libre” è con agglomerato di negozi in regime tax-free . Questa è la seconda più grande zona tax-free dopo Shangai al mondo. Possiede il suo fascino.. e noi eravamo curiosi di vederla.

Così, nonostante la cattiva fama, vi ci siamo comunque diretti. Era circa mezzogiorno e il clima era veramente torrido: una sorta di mezzogiorno di fuoco, cornice perfetta per quel momento. Siamo scesi dall’autobus avendo intravisto dal  finestrino l’enorme complesso che sembrava molto vicino, letteralmente a un paio di isolati. Inoltre eravamo tranquilli perché non avevamo cose di valore con noi.

Appena scesi, ho comunque chiesto indicazioni a una qualche guardia armata che ci ha rassicurato dicendoci che quello che cercavamo era appunto praticamente dietro l’angolo. Ma noi siamo riusciti comunque a sbagliare strada. Avevamo appena imboccato una stradina quando una signora si era avvicinata e visibilmente preoccupata ci aveva avvertito, parlando metà spagnolo e metà inglese, che non era il posto per noi e dovevamo ritornare sulla strada principale.

A questo punto, un  po’ angosciati siamo tornati indietro, considerando seriamente l’idea di prendere un taxi, nonostante eravamo probabilmente a poche decine di metri di distanza. Ma fortunatamente, il grande complesso circoscritto da alte mura bianche era apparso di nuovo davanti ai nostri occhi rincuorandoci.

Dopo questo traumatico inizio, tutto il resto è andato bene. Appena entrati nella zona libre l’atmosfera è cambiata totalmente. Sembrava essere entrati in una città moderna e perfettamente ordinata ma formata solamente di negozi, di ogni genere: dall’abbigliamento alla tecnologia a qualsiasi altro prodotto in commercio. Impossibile visitarli tutti.

Fortunatamente, c’erano varie sezioni organizzate per oggetto e una volta individuato la nostra zona d’interesse, Matteo ha concluso un ottimo affare. Un paio di ore dopo, infatti, stavamo uscendo dalla Zona Libre in taxi, questa volta per evitare inutili rischi e con una nuova Canon in borsa. Era visibilmente contento e io con lui. Arrivati alla stazione degli autobus, siamo immediatamente ripartiti per Panama City.

SANTA CATALINA. Una ragazza olandese con la quale abbiamo passato alcuni giorni in Ecuador, ci aveva  caldamente consigliato di visitare questo posto. Così, dopo varie considerazioni sul fatto che volevamo passare qualche giorno a rilassarci magari in riva all’oceano, siamo approdati a Santa Catalina. Era per noi l’ennesima meta per surfisti, senza aver mai preso in mano la tavola.

Montezuma (134)

Vi siamo arrivati da Panama City cambiando 3 autobus in 2 paesini intermedi (a Santiago e a Sonà).  Questo viaggio è stato il primo di tanti altri in Centro America che sembrava non finire mai. Continuavamo ad inoltrarci per le campagne panamensi senza vedere una fine.

Santa Catalina è un piccolo paesino sulla Costa Pacifica, uno tra i più piccoli tra quelli visitati fino ad allora. Era costituito da una strada principale lunga circa 800 metri che sfociava in una spiaggia. Qui vi erano i servizi principali ossia 1 micro supermarket, 1 micro negozio di vestiti, un paio di agenzie turistiche, alcuni ristoranti e alcuni ostelli che si potevano contare sulle dita di 2 mani. Inoltre, vi era una seconda strada che portava ad altre due spiagge, a qualche chilometro di distanza, nelle quali si affacciavano degli altri tipi di alloggiamenti chiamati “cabanas”, ossia casette contenenti camera e bagno di solito con vista oceano.

Tra le tre spiagge c’era il nulla o meglio campagna. Cosicché se uno si incamminava per quelle più lontane zaino in spalla alla ricerca di un alloggio e non trovava posto o per altre ragioni non era soddisfatto del posto, il ritorno poteva essere alquanto faticoso. Cosa che stava per succedere a noi. Ma fortunatamente, dopo aver camminato un bel po’ invano, abbiamo trovato un posto in extremis in uno stabilimento di cabanas, molto basico (no internet, acqua fredda, cucina senza corrente elettrica…) ma con una vista sull’oceano impressionante.

Piccolissima, sperduta nella campagna, con persone che si muovevano ancora a cavallo, servizi praticamente inesistenti e pochissimi mezzi di trasporto per l’esterno….Santa Catalina poteva sembrare a prima vista una sorta di città fantasma ma c’era del potenziale e sembrava in rapida crescita. Vi erano molti nuovi edifici in costruzione. Non ci sarebbe da stupirci se in qualche anno fosse anch’essa tra i must  della Lonely Planet. E, curiosamente, tre delle principali attività presenti, (un ristorante, un ostello, un complesso di cabanas) erano gestite da italiani.

Sicuramente è un posto in cui, al momento, l’attrazione principale erano le onde. Ma per chi, come noi, non pratica surf, a parte fare surf-watching (che è sempre divertente), può rilassarsi nella stessa lunga  spiaggia….. e giocare a saltare o farsi trasportare dalle gigantesche e poderose onde.  Il suo particolare fascino, secondo me, stava nel fatto che era ancora un posto da scoprire e si potevano apprezzare spiagge ancora semideserte.

Santa Catalina (78)

Dall’altro lato, se per esempio, per qualche motivo ti serviva internet, non era così facile avervi acceso. E potreste dover camminare un bel po’ o,  come abbiamo fatto noi, fare l’autostop, per raggiungere la casa di un tizio che fa usare il suo proprio laptop con una connessione scandalosamente lenta, al “modico” costo di 2 dollari per mezz’ora. Ed era l’unica opzione possibile in città in quel momento: prendere o lasciare.

BOCAS DEL TORO

In autobus: Santa Catalina-Sonà-Santiago-David-Almirante + barca = isola Colon. Così siamo passati dalla Costa Pacifica alla Costa Atlantica spostandoci al confine nord di Panama, giusto sotto alla Costa Rica in pieno Mar dei Caraibi.

Eravamo nel famoso arcipelago di Bocas del Toros, ed in particolare in una delle 2 isole principali, Colon, dove si trova la città più rappresentativa Bocas del Toros, appunto. È famoso perché vi si possono riscontrare molti aspetti derivanti dalla cultura giamaicana: per esempio, il colore della pelle dei locali è scuro, molti parlano inglese ed non è difficile trovare l’erba… Inoltre, tali isole presentano la tipica conformazione di un’isola caraibica: spiagge bianche selvagge all’esterno e copiosa vegetazione di mangrovie e palme all’interno, il tutto in un mare trasparente.

Isla Colon (31)

Dopo aver passato l’intera giornata viaggiando e avendo cambiato vari mezzi….nelle consuete strade a serpentina.. io ero arrivata all’isola stremata e malata. Così ho passato i primi due giorni a letto con la febbre. Mentre mi ripetevo: “Sono l’unica persona a trovarsi in vacanza ai Caraibi e a dover stare a letto”.

Ma in realtà, non è stata una grande perdita perché erano stati due giorni grigi e piovosi. La stagione delle piogge era arrivata ed era molto più evidente qui che nel lato atlantico.

Il primo giorno che ho cominciato a riprendermi, anche il sole ha deciso di deliziarci della sua presenza e lo abbiamo passato in una spiaggia della stessa isola di Colon: Playa estrellas. Ci si arriva in mezz’ora in colectivo da Bocas del Toro città.

Mentre vi ci stavamo dirigendo, io e Matteo discutevamo sulla possibilità di vedere qualche stella marina, dato il nome della spiaggia, ma non eravamo molto fiduciosi. Invece, siamo stati totalmente e piacevolmente sorpresi. Nel primi metri di mare, vicino la riva dove l’acqua non è profonda c’erano veramente stelle marine ed erano tante e grandi, piccole e di diversi colori. L’acqua era incredibilmente trasparente così che si vedevano benissimo. Si vedevano poi altri pesciolini.

Bocas del Toro (52)

La spiaggia era molto stretta ma fortunatamente non sovraffollata. C’erano, poi, delle palme alte poco più un metro che mi proteggevano dal sole cocente. Cosa che ho apprezzato molto visto che  ero ancora convalescente dalla febbre. Un piacevole mix di musica regge e altro ci allietava in sottofondo… Insomma, una meravigliosa giornata.

I giorni seguenti non siamo stati altrettanto fortunati per quanto riguarda il tempo (pioggia frequente) ma abbiamo esplorato ugualmente i dintorni.

Isla Colon (85)

Per riunire in un giorno i punti più belli dell’arcipelago, abbiamo fatto un tour in barca. Abbiamo attraverso la baia dei delfini dove abbiamo appunto avvistato i magnifici animali. Poi abbiamo fatto snorkeling a Coral Cay. Poi siamo approdati a playa Cayo Zapatilla, parte del Parco Nazionale dove abbiamo passeggiato sotto la pioggia, ammirando le onde giganti che arrivavano e si rompevano a riva. Infine, tornando, ci siamo avvicinati ad un’isola dove abbiamo potuto vedere una colonia di bradipi.

Un altro giorno siamo andati  nell’altra isola principale dell’arcipelago, l’isola Bastimento, per visitare la Red Frogs Beach. La spiaggia, a mio avviso non è particolarmente speciale a parte il fatto che qui vivono le famose rane rosse che appaiono su molte guide turistiche. Ma non sono così evidenti come uno potrebbe pensare visto il nome della spiaggia. Di seguito riporto ciò che ho scritto all’epoca per raccontare l’avventura delle rane rosse e dei piccoli imprenditori locali.

PICCOLI IMPRENDITORI CRESCONO.

La foto con il lama in cambio di una monetina per la cholita di turno in America del Sud è un classico (anche se non sono d’accordo). Ma quando un bambino di neanche un metro mi viene a trovare in spiaggia e mi porta una delle famose rane rosse di Panama e mi chiede un dollaro per la foto, mi fa venire troppo da ridere, …almeno inizialmente.

Questo succede a noi, come a tutti gli altri bagnati, alla cosiddetta “red frog beach” in Bocas del Toro. La nostra risposta è no, principalmente per non alimentare col nostro dollaro uno sfruttamento del lavoro minorile a vantaggio probabilmente solo dei genitori.. Ma dal momento che, nonostante il nome,  non abbiamo molta fortuna con gli anfibi colorati e forse questa è l’unica opportunità di fargli una foto, Matteo cerca di negoziare col bambino offrendogli uno dei nostri sandwich prosciutto e formaggio homemade. “Così almeno il bambino mangia e trae un vantaggio sano dalla sua azione”, pensiamo.

Ma il bambino è irremovibile: “1 dollaro”. La scena è alquanto divertente e potrebbe appunto chiamarsi piccoli imprenditori crescono.

Finché, io chiamo un altro bambino e gli faccio l’offerta per prima: “sandwich per rana”. Anche questo inizialmente rigetta la mia offerta e chiede il consueto dollaro. Ma, io, questa volta, sono irremovibile, “sandwich per foto con rana: prendere o lasciare”. E così dopo 3 minuti ecco il risultato.   

Bocas del Toro (227)

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